«Una lama di luce all'orizzonte», Via Crucis al Colosseo

«Ogni liturgia comprende due sguardi, uno rivolto verso l’alto, verso l’infinito, verso l’eterno, verso la parola di Dio che scende dal monte come per Israele nella valle del deserto, e uno orizzontale, “gli occhi negli occhi”, perché la liturgia, come dice questa parola di origine greca, è l’opera di un popolo, di un’assemblea, di una comunità». A dirlo ai soci del Circolo S. Pietro Sua Eminenza Rev.ma il Sig. Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, nell'omelia tenuta nel corso della celebrazione Eucaristica, venerdì 12 aprile, dopo aver guidato le meditazioni della tradizionale Via Crucis del Sodalizio Romano all’interno del Colosseo.
Nelle letture del giorno, Sua Eminenza ha rintracciato «questi due registri» che appartengono al «cristiano che sa di essere, tante volte, solo nella società, lui stesso scoraggiato, magari desolato, solitario» nel suo affrontare un presente «segnato dall’indifferenza, più ancora che dall’immoralità». Il brano di Geremia (20, 10-13), «il profeta che ha alle spalle una vicenda molto simile ad una “passione continua”» perché annuncia quella caduta di Gerusalemme «che nessuno vuole ascoltare», rappresenta il primo livello che rimanda alla sofferenza, alla solitudine, all’oscurità in grado di schiudere poi una «lama di luce all’orizzonte» quando contrappone alla calunnia dei persecutori la vicinanza del Signore come «prode valoroso».
La dualità è presente anche nel salmo 18, in cui Davide si trova liberato da molte peripezie, specialmente causategli da Saul, e incentrato sulla certezza che tutti noi «non abbiamo consistenza, non sappiamo come permanere», ma se nell’angoscia invochiamo il Signore saremo salvati «e la preghiera è “ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore”. Questi due momenti dovrebbero essere intrecciati anche in noi», ha ribadito con forza il Cardinale, «quando sentiamo di essere con i nostri piedi ormai nel fiume fangoso della morte, o della paura, o delle difficoltà».
Nel Vangelo del giorno (Gv 10,31-42), infine, Cristo è circondato dalla folla e chiede esplicitamente per quale delle sue opere vogliono lapidarlo, sentendosi rispondere che il motivo è una bestemmia, «l’accusa più grave nella cultura dell’antico Israele». In questo brano, Giovanni usa parole «dure, aspre, verbi violenti come spade, spade di ghiaccio», ha concluso Sua Eminenza, «ma ecco che alla fine questa reiterazione è cancellata da una finale: “cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani”. E Gesù si avvia lungo il Giordano, nella solitudine aspra del deserto».
Al rito, particolarmente sentito dal Circolo S. Pietro, hanno partecipato numerosi soci con le loro famiglie, benefattori e amici. La Santa Messa ha avuto luogo, come da tradizione, nella Chiesa di Santa Maria della Pietà al Colosseo, affidata al Sodalizio Romano dal 1936.

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